All’atto di comprare un auto, chi non ha pensato se fosse il caso di prenderla usata?

Primo perché il mercato dell’auto è veramente in fermento e i prezzi sono sempre decisamente alti: all’inizio degli anni ‘90 una Fiat Uno SX, la più accessoriata, veniva circa 15 milioni di lire; oggi la Fiat Punto (la normale non la Grande) in versione Classic, 3 porte – ovvero il minimo del minimo – ha un prezzo di listino di 11.261, ovvero 22 milioni nel vecchio conio. Sono passati 15 anni, questo è vero, ma il 47% in più non è banale.
Ancora: una decina di anni indietro, una BMW 320d (la serie E36) full optional costava intorno ai 42 milioni per la berlina e poco più di 43 per la SW. Oggi una 318d Eletta (l’entry level) viene offerta a 32.801 euro (65 milioni) e l’omologa familiare 34.301 (oltre 68 milioni). Sempre in percentuale di incremento abbiamo un aumento di quasi il 55% per la berlina e di oltre il 56% per la Touring. Certo non c’erano gli accessori di oggi, però…
Chi – pur avendo fatto carriera – può dire di aver visto il proprio stipendio aumentare del 5% in media all’anno??

Inoltre l’automobile – si sa – non è un bene rifugio e si svaluta con la velocità del suono. mercedes-c200sw_usata.jpgMolto è influenzato dal mercato, ma chi più chi meno la perdita è consistente. Un’Audi mantiene (alto) il prezzo, mentre una Citroen, soprattutto se un modello di fascia alta, crolla come un castello di carta. Ma nessuna si rivela un investimento.
Pensare di spendere almeno 30 mila euro per acquistare una Volvo S60 D5 nuova che dopo 3/4 anni ne vale meno della metà, deve essere sconfortante.

Non ultimo, è facile trovare una vettura che ha (praticamente senza costo aggiuntivo) ogni ben di dio in termini di accessori; in un tourbillon di ESP, clima automatico, navigatore, interni in pelle, tetto apribile, cerchi in lega, park assistance e chi più ne ha ne metta, non è raro che i precedenti acquirenti si siano sbizzarriti. Optional che – aggiunti al nuovo – fanno salire il conto finale in modo veramente vertiginoso.

fiat_grande_punto_new.jpgL’insieme dei fatti suesposti [dalla parte dell'acquirente] sono aspetti benevoli, offrendo la possibilità o di comprare una vettura con poche migliaia di euro oppure addirittura entrare in possesso di una macchinona al costo di un’utilitaria.

Deciso quindi di voler comprare un’automobile usata, abbiamo il pensiero di cosa ci possa capitare. Problemi ne danno quelle nuove di zecca, figurarsi una sfruttata: un turbo diesel di 4 anni difficilmente ha meno di 80/100 mila chilometri. E se qualcosa va sostituito, un buon affare si può rivelare un calvario.
Il nuovo è garantito, per legge, almeno 2 anni.

Ma l’usato? Dal 2002 la legge, recependo la normativa europea sui prodotti di consumo, impone i concessionari e i venditori professionisti a garantire le stesse per almeno un anno, ovvero 12 mesi.

Ma la cosa non è semplice e trasparente come per il nuovo.

A parte la garanzia residua (che è la porzione di garanzia ufficiale, qualora non scaduta, che copre il veicolo anche dopo la vendita come usato), negli altri casi i commercianti hanno una certa flessibilità, per cui è fondamentale per l’acquirente verificare esattamente cosa e come viene tutelato all’atto dell’acquisto: spesso dietro la dicitura “garantito” si cela un semplice specchietto per le allodole.

Normalmente, infatti, la maggior parte dei venditori e concessionari di auto usate offre la sola “garanzia legale” che prevede la copertura per almeno 12 mesi (dal momento che la vettura viene consegnata al nuovo proprietario) contro tutti gli inconvenienti che non erano prevedibili, ossia imputabili, in base allo stato di usura dell’auto usata al momento della vendita salvaguardando l’acquirente da ogni spesa. Ma la prevedibilità (e la vetustà) è l’elemento che di fatto diventa la fregatura: se si compra una vettura con 50/55 mila km e di lì a poco si rompe la cinghia di trasmissione la garanzia non si applica in quanto l’operazione di sostituzione della cinghia è intorno a 60 mila km, quindi era dato attendersi un tale inconveniente e la relativa necessità di sostituzione. Per transitività sono ben poche le cose che si salvano.

Alcuni concessionari, soprattutto sull’usato di marca, offrono anche una “Garanzia della casa“: è una sorte di rigenerazione della garanzia originale e prevede la periodicità di controlli, limiti precisi di percorrenza, etc. Spesso è la ragione per cui alcune vetture acquistate presso la concessionaria ufficiale possono costare anche il 10-15% in più rispetto alla media esterna. E inoltre obbligano de facto a servirsi dell’assistenza ufficiale (sempre decisamente più cara) pena la decadenza di questo accessorio.

Di solito, infine, i venditori non coprono i veicoli venduti direttamente ma attraverso una “garanzia assicurativa“: in pratica dietro la corresponsione di un premio, una società terza si assume il rischio di dover pagare la riparazione. Valgono le regole dette prima per la garanzia legale, ma soprattutto in molti casi esiste una franchigia (non so quanto regolare) che viene applicata alle riparazioni. Così se la vettura acquistata è del 2001 e si rompe un semiasse, la compagnia potrebbe essere obbligata a rimborsare il solo 50% del valore della riparazione restando a carico del malcapitato il residuo 50%. Il problema è che questa forma di garanzia non è prestata, di norma, da compagnie assicuratrici per cui le stesse non sono tenute a sottostare alle leggi che disciplinano il servizio assicurativo.

Va detto che tale obbligo, imposto dalla legge, non si estende ai privati cittadini; pertando nella compravendita in tale caso, il cedente non è obbligato a porre la garanzia, fatto salvo quanto previsto dalla normativa in merito ai vizi occulti.

ATTENZIONE quindi alla tipologia di garanzia offerta, accertandosi che tutto sia messo per iscritto in modo chiaro e comprensibile; e infine, ma è la parte più importante, che sia facilmente identificabile il soggetto tenuto a prestare la garanzia e come.