Da “Il Corriere della Sera” UN PO’ DI STORIA – I cinesi affermano che il Tibet è sempre stato parte del loro impero. I tibetani invece rivendicano un’indipendenza che, affermano, affonda la legittimità nella Storia. Ora, i tibetani di fatto hanno conosciuto secoli di alterne vicende, con periodi di totale indipendenza e periodi di sottomissione ai potentati del tempo (per esempio alla Cina dominata dai mongoli) sempre, però, mantenendo una quasi completa autonomia amministrativa. È soltanto nel Diciottesimo secolo, quando a Pechino regna la dinastia mancese dei Qing (l’ultima della Cina imperiale), che il Tibet entra a far parte politicamente del Celeste impero. È allora che il sistema di governo con al vertice un Dalai Lama (una specie di Papa buddista) viene ratificato dall’Imperatore cinese (per la cronaca: Qianlong) e che in Tibet, come monito nei confronti di possibili invasori, stazionano permanentemente delle truppe di Pechino.

L’INDIPENDENZA - Per il resto, i tibetani sono liberi di vivere la loro vita e amministrarsi liberamente. Un sistema che andrà avanti senza particolari scossoni fino al 1911 quando, con la caduta della dinastia Qing e la nascita della Repubblica, il Tibet dichiarerà la propria indipendenza formale. Grazie al fatto che la Cina sarà tormentata per decenni da instabilità, guerra civile, invasioni (occidentali e giapponesi), Lhasa riuscirà a mantenersi di fatto indipendente fino al 1949. È la Rivoluzione maoista che cambia tutto: un anno dopo aver preso il potere, il Grande Timoniere invia il suo esercito a «riconquistare» un territorio che considera parte della Cina. L’arrivo dei comunisti, tuttavia, oltre a far perdere l’autonomia, comporta, per la prima volta, un cambiamento dello stile di vita dei tibetani (legati a tradizioni ancestrali, definite da Mao «medioevo»). Nel 1959, una rivolta anti-cinese repressa nel sangue costringe il giovane Dalai Lama (Tenzin Gyatso) a fuggire in India: da allora ha inizio il suo esilio. Più avanti, nel corso della Rivoluzione culturale (1966-1976), le Guardie Rosse porteranno gravi distruzioni e molti lutti in Tibet. La morte di Mao, per contro, riporterà una calma relativa sull’Himalaya.

 
 

LA SITUAZIONE OGGI – Il Tibet è oggi una Regione autonoma della Repubblica popolare cinese (Xizang zizhiqu). Sulla carta gode di autonomia amministrativa e culturale. Di fatto, la sua «indipendenza» non è minimamente paragonabile al «pacchetto» che regola per esempio i rapporti tra Stato italiano e Alto-Adige (che è stato spesso citato a esempio per una possibile soluzione della contesa). Pechino, insomma, ha voce in capitolo attraverso il suo «rappresentante» speciale, che è il segretario del locale Partito comunista: a lui spetta l’ultima parola su tutto. Perché è scoppiata la rivolta? In parte le ragioni vanno cercate nella contingenza politica. I riflettori delle Olimpiadi hanno spinto i monaci e altri attivisti a manifestare sapendo di ottenere così l’attenzione del mondo. Ma in parte la situazione è resa critica dal progressivo aumento di residenti di etnia cinese nelle città tibetane: una specie di corsa all’Ovest (accade anche nella provincia dello Xinjiang) facilitata dalla recente apertura della ferrovia Pechino-Lhasa. I tibetani vedono l’arrivo dei cinesi come una minaccia all’omogeneità etnica e culturale del loro mondo. I cinesi, dal canto loro, vedono nel Tibet una regione con buone possibilità di sviluppo.

IL DALAI LAMA – Il Dalai Lama, dal suo esilio di Dharamsala, in India, ha più volte detto e ripetuto che non vede con favore il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino. Si dice disposto a trattare su tutto e, come capo del governo tibetano in esilio, afferma di non volere l’indipendenza politica dalla Cina ma solo una reale autonomia. La rivolta delle scorse settimane è stata spiegata con l’impazienza della nuova generazione di tibetani che non credono alla non violenza e spingono per uno scontro aperto. Pechino di fronte a questa situazione, ha irrigidito i toni, mostrando i muscoli. Non è detto, tuttavia, che segretamente, non cerchi un accordo con l’unico esponente tibetano che potrebbe garantire fedeltà alla Cina in cambio di maggiore autonomia. La partita è tutt’altro che risolta.