Dopo il forte sostegno del governo Bush alla produzione di carburanti da materie agricole, adesso anche l’Unione Europea muove in modo significativo i propri passi in tal senso.
I governi europei hanno infatti siglato un impegno secondo cui, entro il 2020 (beato chi ci sarà!!! ma che razza di impegni sono questi che hanno una gittata a 12 anni? …), il 10% dei carburanti (mizzica: niente meno!) per autotrazione in Europa dovrà provenire da fonti rinnovabili – e quindi anche biocarburanti.
Non sono assolutamente un esperto al riguardo e parlo più per enfasi e – spero – per logica.
La questione che mi preme rimarcare è il contraccolpo che scelte politiche (tipo quella di Bush, ma anche le trasformazioni di intere coluture di mais e frumento in idrocarburi in molti dei paesi in via di sviluppo, quali Cina, Brasile e India) sta producendo sulla sostenibilità agro-alimentare mondiale.
Ovvero l’aumento – inevitabile – della domanda di tali materie prime nella produzione di carburanti ha comportato – altrettanto inevitabilmente – l’aumento del prezzo di tali beni.
Chi paga il conto? chiaramente le popolazioni più povere del pianeta che vedono aumentare parecchio il costo nutrizionale.
Che le nostre rosette, baguette o ciriole aumentino di prezzo al chilo ci fa’ sbraitare, nella nostra società progredita e benestante, ma niente di più. Anche se percepita, l’incidenza non è catastrofica: al limite si diminuirà il consumo di carboidrati, a tutto beneficio della nostra linea.
Ma pochi euro in più possono significare effetti devastanti per popolazioni che sopravvivono con pochi dollari al mese.
Per riempire il serbatoio di un’autovettura serve tanto mais sufficiente per sfamare un uomo adulto per un intero anno.
Chi sono io per porre limiti alla ricerca e allo sviluppo!
Inoltre appare chiaro che nell’immediato (secondo gli standard, almeno 10-20 anni) saremo ancora schiavi della combustione termica; la ricerca di alternative al petrolio (scarseggiante o comunque non infinito e inoltre soggetto alla fluttuazioni umorali dei pochi possidenti di giacimenti, tra cui l’OPEC) sembra essere più che necessaria.
Però la mia domanda è: perché non utilizzare le coltivazioni massive (magari sfruttando le aree depresse, tipo i deserti) create mediante OGM?
Alle nostre vetture il mais geneticamente modificato importa poco. Lo togliamo dalle tavole dei poveri cristi; e forse il costo di produzione del biocarburante sarebbe anche più basso.
27 Maggio 2008 at 8:51
credo che il rischio sia un po’ alto.
è evidente che ad un contadino converrà produrre materiale per i biocarburanti che coltivare cereali per l’alimentazione andando così ad aggravare la situazione disastrosa già presente
27 Maggio 2008 at 9:07
Non sarebbe male utilizzare OGM per le auto e non OGM per la tavola. Ovviamente però i prezzi delle due qualità andrebbero gestiti da un organo super partes (ne esistono??) così come la quantità di terreni da dedicare all’una o all’altra coltura.
Potrebbe però, al contrario, succedere un “kiwi bis”: centinaia di ettari di piantagioni di kiwi che causerebbero una diminuzione del prezzo vista la quantità di offerta….
Chi vivrà vedrà
27 Maggio 2008 at 17:10
Scelta senza senso, tesa solo a mantenere in vita la filiera distributiva dei carburanti, ovvero il potere di certe lobby, invece di favorire la nascita di modelli di mobilità differenti.
27 Maggio 2008 at 20:54
Io non vedo nulla di complicato nel meccanismo.
@Spirit: al contadino non converrà produrre per ‘idrocarburi’ se il prezzo in questo settore è più basso che per l’alimentare (il secondo non deve essere OGM mentre il primo sì).
@Sraddino: obbligando l’alimentare NO-OGM risolviamo anche la possibilità che prodotti modificati finiscano sulle tavole. E si gestiscono i prezzi (vedi sopra).
@Pira: sei commovente in questa tua combattiva (e pura) azione ecologistica. Ma al tempo risulti anacronistico: il dado – voluto o meno – è tratto già da diversi decenni; il piede nel baratro è stato già infilato. Si tratta a questo punto di salvare il salvabile e di allungare l’agonia nella speranza che una prossima generazione sappia risolvere i problemi – del nostro povero e malato pianeta – in modo definitivo. E solo la ricerca e sviluppo di nuove tecnologie potranno aiutare in tal senso.
28 Maggio 2008 at 10:33
Quindi … siamo rovinati visti i livelli della ricerca in Italia…
21 Giugno 2008 at 16:21
Uno studio di Roland Clift, professore all’università di Surrey e consulente tecnico del governo inglese, e riportato dal Sundey Times di qualche mese fà, afferma l’inutilità ecologistica del bio-carburante dal momento che l’aumento della domanda porterà alla distruzione delle grandi foreste tropicali (guarda caso necessarie per ossigenare il pianeta). Ma il peggio è che servirebbero da 1 a 3 secoli per compensare la quantità di CO2 persa a seguito di questa deforestazione.
Questi sono fatti. SERI!
21 Giugno 2008 at 17:48
@giampi, mi sembra di aver letto anch’io qualcosa al riguardo.
Una cosa che mi colpisce molto in questa storia: i prodotti combustibili vengono ricavati dalle materie prime pregiate, quali zucchero di canna, mais, frumento; invece di usare il fusto delle piante e non più i semi.
Grazie della partecipazione.
23 Giugno 2008 at 8:16
Scusate, perché dovrebbero disboscare le foreste tropicali?
Non si parlava di mais e similari?
24 Giugno 2008 at 19:32
Le ragioni sarebbero che i paesi emergenti (tipo il Brasile) non ci penserebbero su un solo secondo per fare fuori (diciamo meglio: scempio) megaettari di foreste tropicali per mettere a coltura i terreni.
Un po’ quello che successe qualche anno fa’ quando l’industria americana chiedeva molto legname.
25 Giugno 2008 at 9:11
Ultime dal fronte: Inventure Chemical e Seambiotic propongono una soluzione: ricavare biocarburanti dalle alghe!
Qui tutti i dettagli!
Sembrerebbe una buona idea no?
25 Giugno 2008 at 14:06
boh? sarebbe da chiederlo ai pesci
26 Giugno 2008 at 9:27
Ho capito …. mica si può accontentare proprio tutti tutti no???