Alberto Sordi

Pubblicato: 22 ottobre 2007 da Dadi in Cinema, Citazioni, Classici, Comicità, Commedia, Ricordi, Spettacolo, Video

Scegliere un pezzo del grandissimo Alberto Sordi è praticamente impossibile, per quanti film ha fatto. E’ un’impresa per me che sono cresciuto e amo alla follia il comico (e non sempre solo comico) attore romano.

Però da qualcosa bisogna partire. E Nando Meliconi nun se batte!!!! 😀  😛  😀

Semo o non semo americani?

P.S.: in realtà avevo già postato sul ‘Marchese del Grillo’; ma quello fa’ storia a se 🙂

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commenti
  1. sandrino ha detto:

    davvero! THE BEST

  2. Sraddino ha detto:

    Forse sono cose che ogni generazione dice dei propri idoli ed eroi, però credo che attori e films come quelli cui ci hanno abituato Sordi, Totò, Gassman, De Sica, De Filippo, Capannelle & Co. non li vedremo mai più…

  3. MIMMO ha detto:

    No infatti.
    Ogni epoca un eroe.
    Ma oggi c’è calma piatta: no De Sica (Chris), no Boldi, no Pieraccioni né Panariello, NOOO Scamarcio, …
    Nemmeno Montesano, Verdone e Benigni.
    Con Manfredi se ne andato l’ultimo dei grandi.
    tristezza

  4. Sraddino ha detto:

    Mi fa specie soltanto il leggere Scamarcio in mezzo a quei nomi….

    Cmq hai ragione, grande anche il Saturnino nazionale!!

  5. Dadi ha detto:

    non mi sembra che Scamarcio sia stato osannato da mimmo, tutt’altro. Oppure ti stai lamentando perchè per te è eccezionale? non stiamo analizzando la bellezza, PAZZA!

  6. Sraddino ha detto:

    Scamuffo VADE RETRO!! Mi riferivo al fatto che mi faceva ribrezzo leggere il suo nome insieme a quello, per esempio, di Verdone e Benigni per dirne due e soprattutto a quello del mitico e ineguagliabile Manfredi!

  7. ufficio stampa ha detto:

    GLI EDITORIALI DI ANTONELLO DE PIERRO DIRETTORE DI ITALYMEDIA.IT

    Addio Albertone, l’italiano

    di Antonello De Pierro

    “Si è spento il cuore di Roma”. E’ solo una dell’infinità di frasi che campeggiano sulla provvisorietà di fogli volanti scritti dalla gente in occasione della scomparsa di Alberto Sordi. Pezzi di carta provvisori, è vero, ma che a leggerli diventano vivi, prendono corpo, aprono le valvole della commozione, spaccano il cuore. Li hanno lasciati nella camera ardente, sul muro di casa, ovunque la sua presenza abbia lasciato una traccia, scritti con l’inchiostro dei sentimenti puliti, testimonianza di un affetto e di una stima che vanno al di là dei confini dell’immaginario collettivo, che, a dispetto della provvisorietà del foglio, sono indelebili, ben radicati nelle viscere dell’anima, accuratamente coltivati nel giardino dei ricordi che si rincorrono nella memoria. Ed è proprio sui percorsi della memoria, sulle pellicole dei suoi 190 film, nel suo particolarissimo slang romanesco, nelle centinaia di proverbi e ormai storiche battute, che si è nutrito l’ingente carico di emozioni montanti, che sono eruttate nella straordinaria partecipazione di massa a cui abbiamo assistito increduli. Increduli perché forse neanche lo stesso Albertone avrebbe immaginato una cosa simile, una tale manifestazione di attaccamento alla sua persona. Increduli, e mettiamoci pure storditi, perché risulta difficile credere che Sordi ci abbia abbandonati. Risulta difficile crederci, perché egli sembrava immortale, forse perché i suoi personaggi, quelli in cui si è infilato nella finzione filmica, sono immortali. Ma purtroppo la realtà spazza inesorabilmente via la fase onirica dell’incredulità, e ci martella la consapevolezza che egli, come tutti, aveva scritto nel destino biologico di dover passare veloce come uno scarabocchio sulla pagina dell’esistenza. Spesso in caso di morte la retorica si insinua inevitabilmente nei discorsi, ma mai come in questo caso, le parole spese e i fiumi di inchiostro versati sono autentici, spontanei, frutto di riflessi emotivi e mentali incondizionati. La fiumana di gente che è scivolata nella sala Giulio Cesare del Campidoglio, o il mare di persone che ha riempito piazza San Giovanni, sfidando il freddo pungente di un inverno romano particolarmente rigido, mettono a fuoco in maniera lapalissiana, quanto egli fosse amico del popolo e quanto fosse amato dal popolo stesso. Perché da sempre egli è stato in pellicola il suo rappresentante, interpretandone vizi e virtù, in spaccati di verità sociale spesso crudi e spietati, ma sempre conditi da una straordinaria umanità , perché egli stesso era il popolo. I personaggi dei suoi film hanno accompagnato da sempre intere generazioni, hanno fatto ridere, a volte commuovere, ma anche riflettere, facendo da specchio a tic e sfaccettature sociali in cui tutti si riconoscevano e si riconoscono, restando sempre spaventosamente attuali, senza cedere il passo all’incessante ed inesorabile avanzare del tempo. Alberto Sordi era l’Italia, quella di ieri, quella di oggi, quella di sempre. Quell’Italia che ora piange, ma sorride pure, perché egli voleva così, non si può pensare a lui ed essere tristi. Quell’Italia che si è unita per salutare per l’ultima volta quella maschera strepitosa, quell’uomo grande e umile al medesimo tempo, specchio del suo tessuto sociale, in cui ogni italiano può trovare qualcosa di sé, anche se qualcuno, in preda ad un aggravamento acuto di un perenne stato confusionale e di deterioramento mentale, naturale sintomo di un’epidemica sindrome da follia collettiva, provocata dal virus di un provincialismo esasperato, ha scambiato incredibilmente delle inflessioni dialettali per una limitazione di italianità, assicurandosi di diritto un posto in prima fila nella vetrina delle imbecillità. Se quel cretino ha messo in atto una strategia di incremento di immagine personale è riuscito nell’intento, ma se tutto ciò è frutto di una manifestazione di odio interetnico, nutrito al banco di un inconsistente humus subculturale, che gli ha bucato il cervello, allora la cosa diventa inquietante. Ci viene comunque da immaginare con soddisfazione solo per un attimo il funerale del povero demente, che non chiamiamo per nome per non offendere la figura immortale di Alberto Sordi, in un giorno che, rispondendo alla voce imperiosa di un sentimento inarrestabilmente spontaneo, a cui non riusciamo proprio a mettere il morso, ci auguriamo il più vicino possibile ( e perdonateci questa non voluta ostilità nei confronti di un handicappato grave), con quattro poveri sciagurati a versare qualche lacrima di circostanza e tutta l’Italia a versare liquido salivare sulla sua effigie ridicola. Ma fortunatamente nell’Italia del Nord, accanto alle minoranze con gravi limitazioni mentali, esiste una grande maggioranza di italiani veri, fucina prolifica di idee e valori, che prende le distanze dal seme fortunatamente circoscritto della demenza, e riconosce l’inestimabile patrimonio artistico-culturale rappresentato dal grande Albertone. Per tutti parla un ragazzo del Nord in un manoscritto affisso al cancello della villa, costretto a chiedere perdono per le frasi di uno scellerato.
    “Si è spento il cuore di Roma”. La frase citata in apertura, scritta in un momento di grande pressione emotiva, apparentemente può sembrare vera e reale, ma, analizzandola col microscopio della riflessione razionale, possiamo dire che Roma continuerà a vivere, e Albertone continuerà a farlo con noi, accompagnandoci nelle nostre giornate, ricaricando le consumate pile della quotidianità, regalandoci sorrisi, scuotendo le coscienze, e perciò non suona retorico dire che se Sordi era “il cuore di Roma”, questo non si è spento, ma è più vivo che mai.
    A spasso tra i ricordi mi imbatto nell’unica intervista da lui rilasciatami, sulle frequenze di Radioroma, e un brivido amarcord mi scende lungo la schiena, mentre qualche lacrima ribelle, sfugge al controllo delle palpebre e mi bagna le gote, per spegnersi agli angoli della bocca. Quei venti minuti telefonici, sono risultati un concentrato di valori e di umanità, di principi sani e morali, mi hanno arricchito dentro, mentre a ogni domanda cercavo una risposta capace di farmi nutrire al banco della sua esperienza. Come li capisco quei duecentomila che hanno riempito piazza San Giovanni e hanno fatto la fila per l’ultimo saluto nella camera ardente. Come li capisco in quell’atto di riconoscenza verso chi, nei momenti di sconforto e tristezza, riusciva a strapparti un sorriso. Come li capisco i tassisti (o tassinari) che hanno pianto “Zara 87” come fosse uno di loro, e i vigili urbani che hanno portato il feretro del vigile “Celletti” in spalla con i caschi da motociclista. Egli era uno di loro, era tutti quelli la cui voce spesso viene soffocata dall’arroganza e dal potere di pochi eletti, che dalla sua bocca sono riusciti a farsi sentire. E paradossalmente Albertone, anche nella morte, ha disegnato il profilo di una società malata e ingiusta, di classi privilegiate, dove “Io sono io e voi non siete un cazzo”. Riuscireste a pensare ai cosiddetti V.I.P. (Persone Molto Importanti, come se gli altri non servissero a nulla) fare la fila tra i duecentomila? Probabilmente no. Anche per un estremo saluto ci sono stati figli e figliastri.
    Ci ha colpito particolarmente l’assenza del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha disertato sia la camera ardente, sia le esequie. Forse Bossi aveva messo in atto l’ennesimo ricatto, minacciando una crisi di governo? O forse in Sordi aveva visto lo spettro del giudice integerrimo di “Tutti dentro”, con l’ombra “rapace” e “terrorizzante di “Tangentopoli”? A queste domande non avremo mai una risposta. Non importa. Albertone ha avuto la sua gente, i romani, gli italiani tutti, quelli che gli si sono stretti intorno per un abbraccio spontaneo, senza nessun vincolo di protocollo , e persino la sua squadra del cuore, la Roma, gli ha regalato una vittoria “impossibile”. E scusate se è poco. Ciao Alberto.

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