Il benessere sociale passa attraverso la tutela del consumatore

Pubblicato: 11 febbraio 2008 da Dadi in Economia, Italia, Lavoro, Mercato, Politica, Società, Soldi

In Italia i sindacati parlano e si preoccupano del benessere dei lavoratori; ovviamente sono lobby di una categoria, quindi naturalmente pensano solo agli interessi della loro categoria.
Quello che assume rilevanza (ed è più grave) è il fatto che la politica, specialmente quella di estrema sinistra, ma non solo, si preoccupa ‘solo’ del lavoratore. È lui il super uomo, la fonte di ogni bene, l’essere perfetto da tutelare e difendere per la salvaguardia della società.

Adesso che siamo in campagna elettorale, la situazione non fa che aumentare di contenuti e di passione (tutto calcolabile in decibel).
Anzi la parola d’ordine è ancora e solo: più soldi ai lavoratori.

A parte che ci sarebbe da incavolarsi di una società che pensa solo a chi ha ‘già’ un reddito ma lascia nel dimenticatoio i più danneggiati che sono chi il lavoro non ce l’ha, in queste righe rappresenterò un contrasto acceso a questa linea di pensiero; dal momento che il soggetto trainante della società (e della sua economia) non è e non può essere il lavoratore, ma una figura ben più importante: il consumatore. Di cui però il sistema (politico, economico e sociale) sembra precoccuparsi molto molto meno. Anzi in molti casi è il più vessato e meno tutelato.

Apparirebbe banale spostare semplicemente l’asse di riferimento da una categoria all’altra. Una sorta di guerra tra miserabili: chi tutelare tra le persone (e le famiglie) che non ce la fanno a tirare avanti e i lavoratori (e le famiglie) che non guadagnano abbastanza?
Non è vedere il mondo da un’altra angolazione.
Ma vedere un altro mondo. Solo così si può pensare di raggiungere quel successo al quale ambiamo per vivere meglio. Noi e i nostri figli, domani dopo di noi.

Tutelare i lavoratori, come meta principale, significa tutelare la classe e con essa i grandi comparti economici nei quali essi operano.
Le grandi aziende (partecipate dallo Stato oppure no) sono cresciute e pasciute in questo ventre; penso a ENEL, SIP, ENI, FIAT. Le agevolazioni offerte a queste corporazioni in quanto collettori di decine di migliaia di lavoratori sono inevitabilmente coincise con il male che rivediamo oggi nell’arretratezza del nostro sistema paese. Certo non possiamo disconoscere che ha anche permesso la ricostruzione post-bellica. Ma a quale costo?

Quando si abbassano i “prezzi dei servizi essenziali” (cibo, energia, riscaldamento, acqua, telecomunicazioni, carburanti, farmaci, etc.) a trarne i maggiori vantaggi sono – mi pare scontato – le classi più povere che, proporzionalmente, impegnano la parte più ampia del reddito nell’acquisto di questi beni primari; difficilmente il possessore di una Lamborghini Murcielago (6,5 litri, 640 cavalli e un consumo ‘medio’ di meno di 5 km con un litro) imprecherà più di tanto se la benzina sale a 1 euro e mezzo.

Per anni in Italia la compagnia di bandiera è stata protetta. Alitalia: un grosso carrozzone che è in realtà una vera e propria emorragia di denaro per lo Stato, primo e più importante proprietario della aviolinea.
So che è la questione più semplice e banale. Ma già questa penso che riesca a rendere l’idea del problema: assistenti di volo e piloti in servizio dallo scalo di Malpensa dalla mattina, possono essere pagati dalla sera precedente, ora in cui si imbarcano a Roma per raggiungere Milano e iniziare il proprio turno di lavoro. Costi che finiscono per irrigidire la struttura dell’azienda e la sua in-competitività.
Viceversa con Ryanair, Easyjet e altre compagnie aree low-cost possiamo tranquillamente raggiungere l’Europa intera con pochi euro. Non è più un’utopia quella di partire per Londra o Parigi oppure Madrid il sabato mattina e rientrare la domenica con un costo complessivo di 50 o 60 euro (meno di un’andata e ritorno in treno a Firenze).
Così oggi quando i dipendenti Alitalia entrano in agitazione, non abbiamo più sommosse popolari: i passeggeri scelgono semplicemente altre compagnie e lasciano che Alitalia affondi da sola; e amen.

A Tallinn in Estonia (esatto in uno degli stati dell’ex Unione Sovietica) è nato Skype: i felici cittadini (comprendo la loro lietezza) si collegano wireless a internet in ogni posto della città (da casa, nel parco, sul tram e nei bar); accedendo a questa rete utilizzano internet e con il servizio Skype telefonano “gratis” in tutto il mondo.

Non credo ci stia sfuggendo che la questione è di portata epocale.
Verifichiamo la nascita di una nuova generazione di aziende che si propongono di eliminare tutti i costi e gli intermediari inutili, che tutelano interessi diversi da quelli dei consumatori.
Non bastano le citazioni che ho fatto sopra? E che dire di Tele2 (nuova compagnia globale svedese) e IKEA (sempre dalla Svezia per la vendita di prodotti da appartamento a prezzi popolari).

La concorrenza danneggia i lavoratori?
Da un certo punto di vista – molto miope – si potrebbe dire di sì, che è vero.
Il caso Telecom Italia è emblematico. Il colosso delle telecomunicazioni nacque per la nazionalizzazione (e una finta liberalizzazione) delle società deputate al controllo – in monopolio – del traffico telefonico in Italia: Sip, Italcable, TeleSpazio e ASST.
La fusione offrì ben pochi vantaggi all’Italia e agli italiani (quali cittadini e consumatori).
Viceversa, non poco importante fu il ruolo sociale di Telecom come volano, con più di 120 mila dipendenti nel suo comparto. Un’azienda mostruosa. Con costi che si sono attestati sempre a livelli macroscopici. Ma a pagarli sono stati sempre i cittadini.
La concorrenza (prima del mobile) ha imposto la necessità di abbassare i prezzi; cosa realizzabile solo con la maggiore razionalizzazione dei costi. E il lavoro, meglio i lavoratori inutili, ne hanno pagato le conseguenze.

Il lavoratore è anche ‘consumatore’. Avere più scelta migliora la capacità di spesa.
Il bilancio è nettamente positivo perché i prezzi si abbassano e la concorrenza produce di più aumentando la torta del PIL.

Per crescere serve l’innovazione, servono le idee; in un processo di sviluppo che tende – non potrebbe fare altrimenti – al “mercato“.

Così chiudiamo – con la quadratura del cerchio – ritrovando che è il consumatore il punto ‘essenziale‘.
Ricerca e sviluppo prendono spinta propulsiva se stimolati verso l’individuazione dein fattori determinanti, perché la crescita abbia riconoscimento e prosegua la propria ascesa. Così il sistema si da’ anche le regole: scuole e università efficienti, giustizia (sociale ma anche civili), con regole chiare e stabili (vedi l’antitrust) e concorrenza.

Può il semplice aumento indiscriminato e (purtroppo il dubbio è legittimo) non meritato a tutti i lavoratori creare gli stessi grandi benefici?

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commenti
  1. Sraddino ha detto:

    Dadi, dare un aumento a tutti i lavoratori o ridurre i costi di beni primari potrebbe essere una soluzione analoga allora?

  2. Dadi ha detto:

    A mio avviso assolutamente NO.
    L’aumento di salario corrisponde a una crescita unilaterale e verso una sola categoria; inoltre l’aumento di capacità di spesa rischierebbe di far aumentare ulteriormente i prezzi rendendo vana la capacità effettiva (e danneggiando le classi più povere). Non ultimo ci sarebbe l’inevitabile crescita dell’inflazione.
    La calmierizzazione dei prezzi di alcuni beni fondamentali (che il Rolex costi uno sproposito non ce ne frega nulla) viceversa è un vantaggio (potenziale) per tutti e farebbe da effetto contrattivo proprio dell’inflazione.

  3. Sraddino ha detto:

    Hai ragione, perfettamente ragione secondo me!
    Il paniere dei beni di prima necessità esiste ancora?
    O è un bel ricordo come le famosa “contingenza” e “scala mobile” e i loro scatti (d’ira???) 😉

    Potresti spiegarci di cosa si trattava (almeno a me che sono ignorante…)?

  4. Dadi ha detto:

    Purtroppo non so bene… e quindi preferisco non lanciarmi in dissertazioni di cui non ho le idee chiare.
    Per una volta il prof. Dadi lascia la palla ad altri 🙂

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