Tibet: un po’ di storia…

Pubblicato: 9 aprile 2008 da emiliano66 in Politica, Storia

Da “Il Corriere della Sera” UN PO’ DI STORIA – I cinesi affermano che il Tibet è sempre stato parte del loro impero. I tibetani invece rivendicano un’indipendenza che, affermano, affonda la legittimità nella Storia. Ora, i tibetani di fatto hanno conosciuto secoli di alterne vicende, con periodi di totale indipendenza e periodi di sottomissione ai potentati del tempo (per esempio alla Cina dominata dai mongoli) sempre, però, mantenendo una quasi completa autonomia amministrativa. È soltanto nel Diciottesimo secolo, quando a Pechino regna la dinastia mancese dei Qing (l’ultima della Cina imperiale), che il Tibet entra a far parte politicamente del Celeste impero. È allora che il sistema di governo con al vertice un Dalai Lama (una specie di Papa buddista) viene ratificato dall’Imperatore cinese (per la cronaca: Qianlong) e che in Tibet, come monito nei confronti di possibili invasori, stazionano permanentemente delle truppe di Pechino.

L’INDIPENDENZA – Per il resto, i tibetani sono liberi di vivere la loro vita e amministrarsi liberamente. Un sistema che andrà avanti senza particolari scossoni fino al 1911 quando, con la caduta della dinastia Qing e la nascita della Repubblica, il Tibet dichiarerà la propria indipendenza formale. Grazie al fatto che la Cina sarà tormentata per decenni da instabilità, guerra civile, invasioni (occidentali e giapponesi), Lhasa riuscirà a mantenersi di fatto indipendente fino al 1949. È la Rivoluzione maoista che cambia tutto: un anno dopo aver preso il potere, il Grande Timoniere invia il suo esercito a «riconquistare» un territorio che considera parte della Cina. L’arrivo dei comunisti, tuttavia, oltre a far perdere l’autonomia, comporta, per la prima volta, un cambiamento dello stile di vita dei tibetani (legati a tradizioni ancestrali, definite da Mao «medioevo»). Nel 1959, una rivolta anti-cinese repressa nel sangue costringe il giovane Dalai Lama (Tenzin Gyatso) a fuggire in India: da allora ha inizio il suo esilio. Più avanti, nel corso della Rivoluzione culturale (1966-1976), le Guardie Rosse porteranno gravi distruzioni e molti lutti in Tibet. La morte di Mao, per contro, riporterà una calma relativa sull’Himalaya.

 
 

LA SITUAZIONE OGGI – Il Tibet è oggi una Regione autonoma della Repubblica popolare cinese (Xizang zizhiqu). Sulla carta gode di autonomia amministrativa e culturale. Di fatto, la sua «indipendenza» non è minimamente paragonabile al «pacchetto» che regola per esempio i rapporti tra Stato italiano e Alto-Adige (che è stato spesso citato a esempio per una possibile soluzione della contesa). Pechino, insomma, ha voce in capitolo attraverso il suo «rappresentante» speciale, che è il segretario del locale Partito comunista: a lui spetta l’ultima parola su tutto. Perché è scoppiata la rivolta? In parte le ragioni vanno cercate nella contingenza politica. I riflettori delle Olimpiadi hanno spinto i monaci e altri attivisti a manifestare sapendo di ottenere così l’attenzione del mondo. Ma in parte la situazione è resa critica dal progressivo aumento di residenti di etnia cinese nelle città tibetane: una specie di corsa all’Ovest (accade anche nella provincia dello Xinjiang) facilitata dalla recente apertura della ferrovia Pechino-Lhasa. I tibetani vedono l’arrivo dei cinesi come una minaccia all’omogeneità etnica e culturale del loro mondo. I cinesi, dal canto loro, vedono nel Tibet una regione con buone possibilità di sviluppo.

IL DALAI LAMA – Il Dalai Lama, dal suo esilio di Dharamsala, in India, ha più volte detto e ripetuto che non vede con favore il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino. Si dice disposto a trattare su tutto e, come capo del governo tibetano in esilio, afferma di non volere l’indipendenza politica dalla Cina ma solo una reale autonomia. La rivolta delle scorse settimane è stata spiegata con l’impazienza della nuova generazione di tibetani che non credono alla non violenza e spingono per uno scontro aperto. Pechino di fronte a questa situazione, ha irrigidito i toni, mostrando i muscoli. Non è detto, tuttavia, che segretamente, non cerchi un accordo con l’unico esponente tibetano che potrebbe garantire fedeltà alla Cina in cambio di maggiore autonomia. La partita è tutt’altro che risolta.
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commenti
  1. realmonk ha detto:

    bella emiliano66, come sempre sei attento e puntuale, ora per uscire dalla “fredda cronaca”, cosa ne pensi della nostra iniziativa ? quello che hai scritto è più o meno quello che, molto più frammentariamente, sapevo della situazione della regione. ora il punto non è chi ha ragione e chi ha torto (cosa che peraltro mi sembra anche abbastanza evidente). il punto è il modo di affrontare le cose. ad una richiesta tutto sommato condivisibile di rispetto della propria identità se non etnica, quanto meno culturale, dei tibetani il governo cinese ha reagito con quello che definirei l’usuale disprezzo dei diritti umani che la contraddistingue. A me può anche non interessare un un Tibet indipendente – meglio sarebbe dire che l’indipendenza del Tibet non riguarda noi e prescinde dalle nostre volontà e dai nostri interessi ed è questione che deve riguardare solo i tibetani – e non voglio certo il ritorno ad uno stato di natura confessionale che definirei oramai al di fuori della storia – anche se purtroppo ne abbiamo degli esempi – quello che per cui vale la pena lottare è la libertà del popolo tibetano di manifestare liberamente, di garantire i diritti umani di chi esprime delle idee diverse da quelle di un partito/padrone/stato dominante, di stabilire un nucleo di principi fondamentali cui anche le grandi potenze devono attenersi.
    la nostra è una piccola iniziativa, una vocina nel deserto, una goccia nel mare, un civile espressione di dissenso contro chi (e vale anche per la comunità internazionale) non ha alcun rispetto degli uomini, dei valori, delle emozioni, dello spirito, dei sogni …

  2. emiliano66 ha detto:

    Ritengo che il concetto di esprimere LIBERAMENTE il proprio pensiero sia fondamentale. Ma non deve essere vincolato al TIBET. Io non sono perche’ i Tibetani possano esprimersi liberamente, ma perche’ i CINESI possano esprimersi liberamente. Se esteso ai CINESI allora anche i Tibetani, minoranza all’interno della CINA, potranno esprimersi liberamente.

  3. Dadi ha detto:

    Io non sono perche’ i Tibetani possano esprimersi liberamente, ma perche’ i CINESI possano esprimersi liberamente. Se esteso ai CINESI allora anche i Tibetani, minoranza all’interno della CINA, potranno esprimersi liberamente

    ; e perché non il contrario? dare libertà ai tibetani e quindi di rimando ai cinesi, maggioranza all’esterno del TIBET?
    Oppure vogliamo preoccuparci che le mozzarelle di bufala campane vengono bloccate dalla Cina (che fra l’altro manco ne consuma) mentre noi continuiamo a importare mondezza cinese a rotta di collo fingendo che nulla accada?

  4. emiliano66 ha detto:

    Sergio Romano su “Il Corriere della Sera”: È possibile che gli esuli tibetani, cresciuti lontano dalla madrepatria, stiano facendo una battaglia democratica per i diritti umani e civili del loro Paese. Ed è evidente che il Dalai Lama si accontenterebbe di un Tibet autonomo, soggetto all’autorità politica di Pechino e tuttavia libero, al tempo stesso, di coltivare le proprie tradizioni culturali e religiose.
    Ma la violenta rivolta dei monaci a Lhasa e in altre province cinesi dove abitano importanti comunità tibetane, è stata una insurrezione conservatrice.
    Sappiamo che la Cina ha sempre considerato il Tibet una insopportabile anomalia e ha fatto del suo meglio per alterare la composizione demografica della regione favorendo l’insediamento nel territorio di una nuova popolazione han (così hanno fatto, incidentalmente, molti Paesi europei, fra cui l’Italia, quando si sono impadroniti di terre di confine abitate da minoranze che appartenevano a un diverso ceppo nazionale).
    Ma fu subito evidente che la Repubblica popolare non avrebbe mai tollerato, all’interno dei propri confini, una Santa Sede del buddismo himalayano, un regime feudale e religioso come quello sorto molti secoli fa sull’altopiano tibetano.
    La situazione si è ulteriormente complicata quando la grande modernizzazione cinese ha finalmente investito il Paese. Quando visitai il Tibet nel 1981, il rapporto fra i tibetani e l’amministrazione cinese era congelato dallo stato di arretratezza economica della provincia. Gli occupanti e i sudditi sembravano avere concluso una tregua che nessuno, in quel momento, aveva interesse a rompere. Ma lo sviluppo economico, da allora, ha creato turismo, commercio, iniziative industriali. Durante una visita organizzata dal governo di Pechino dopo le agitazioni dello scorso marzo, i corrispondenti stranieri hanno fatto due constatazioni interessanti.
    In primo luogo si sono accorti che i monaci tibetani, contrariamente alla loro reputazione occidentale, non sono cultori della «non violenza» e ne hanno dato la prova con una furia devastatrice che ha colto di sorpresa le forze di polizia.
    In secondo luogo hanno compreso che la loro rivolta non era diretta soltanto contro i cinesi, ma anche contro una classe emergente di tibetani che stanno sfruttando i vantaggi della modernizzazione.
    Quello a cui abbiamo assistito, in altre parole, non è, se non in parte, uno scontro fra democrazia e dittatura.
    È anche il segno di una frattura sociale che si è aperta all’interno della società tibetana.
    Non è necessario essere marxisti o anticlericali per osservare che la Cina recita in questa faccenda, sia pure con i modi intolleranti di un regime autoritario, la parte della modernità e che i monaci, come si sarebbe detto una volta, quella della reazione.

  5. realmonk ha detto:

    m semrba che si stia andando troppo avanti. il punto non è cosa vogliono gli uni e cosa vogliono gli altri. il punto è che non è tollerabile che uno stato di polizia reprima il dissenso e le opinioni … qualunque sia lo stato (badate che spesso avviene anche da noi anche se fingiamo di non accorgercene) e qualunque sia la posizione.
    per quanto riguarda la reazione dei monaci anche questa e da vedere … sarà anche stata usata della violenza, comunque non giustifica la reazione repressiva di uno stato che di democratico non ha vermente nulla.
    la nostra posizione non vuole essere una ratifica della posizione dei monici, vuole essere ed è una protesta contro la un modo di intendere il rapporto tra lo stato/regime ed il cittadino/suddito, soprattutto quando lo stato impone una visione materialista della società priva di quella dimensione spirituale che io trovo irrinunciabile !!!

  6. realmonk ha detto:

    p.s.: per tornare a Sergio Romano, è quindi contro gli intollerabili modi del regime autoritario che io voglio protestare. … per quanto riguarda poi il confronto tra modernità e reazione … bè non sono così convinto che la “modernità” sia necessariamente il meglio per l’uomo. la “modernità” in sè non è affatto un valore … la spiritualià, l’umanità, la tradizione, il progresso nel rispetto della tradizione dei valori e dell’uomo, sono valori per i quali vale la pena vivere non certo una “modernità” che diventa materialismo massificante !!!

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